Intervista al Preside Nicola Di Muzio della scuola Sant'Agata di Portici (NA)

Intervista del Corriere della Sera al preside Nicola Di Muzio della scuola Sant'Agata di Portici. All'interno delle classi è stato installato un sistema di sanificazione dell'aria sicuro per l'uomo ed innovativo, che aiuta a contrastare la cattiva qualità dell'aria presenti nelle classi

Intervista al Preside Nicola Di Muzio della scuola Sant'Agata di Portici (NA)

Contagi a macchia di leopardo, scuole in allarme, classi in quarantena. Ma c’è chi ha pensato per tempo di «mettere in sicurezza» la scuola, e ha fatto installare un impianto per depurare l’aria che è stato brevettato addirittura dalla Nasa.

Preside Nicola Di Muzio, 58 anni, dirigente dell’istituto comprensivo Sant’Agata di Portici, ci spiega di cosa si tratta?
«È un impianto per sanificare l’aria, simile a quello che viene usato negli ospedali, e infatti non a caso lo ha montato l’ingegner Salvatore Varapadio, manager dellAorn Santobono-Posillipo che lo ha montato anche nelle sale operatorie degli ospedali e nei locali Covid. Depurando l’aria, limita al minimo la possibilità di contagi: è un oggettino di circa 20-30 centimetri, approvato anche dall’Istituto superiore di sanità. In più le aule sono dotate di sensori di livello della qualità dell’aria, che emana un segnale rosso o giallo quando l’anidride carbonica ha raggiunto alti livelli e quindi è necessario arieggiare. All’ingresso di ogni locale abbiamo messo anche dei tappetini igienizzanti per le scarpe. Tutti sistemi per non far propagar il virus all’interno della scuola».

Risultato? Come siete messi coi casi di coronavirus?
«Uno solo, ma evidentemente portato da fuori, e che non ha contagiato nessun altro: sono risultati tutti negativi i suoi contatti a scuola, sia i 27 compagni di classe, che i suoi docenti. So che è solo un inizio, ma è un primo dato significativo. E dall’evidenza empirica studenti e insegnanti sottolineano che sentono l’aria più fresca e pulita».

Si tratta di un impianto sicuramente costoso, dove ha trovato i soldi?
«Abbiamo speso circa 100 mila, confermo. In parte si tratta dei fondi ministeriali stanziati per il Covid, ma solo in minima parte, perché quelli sono serviti per altri impieghi, dal gel disinfettante ai dispositivi di protezione. In gran parte, circa 70 mila euro, si tratta di fondi destinati alle scuole belle, che avevamo ancora a disposizione. Onestamente mi sembrava inutile spendere tutti quei soldi per tinteggiare le aule, e sistemare qualche giardinetto. Meglio far diventare la scuola sana, no?»

Lo sa che potrebbero contestarle l’utilizzo?
«Sì, lo immagino, ma onestamente non me ne preoccupo: non ho violato alcuna legge, e se l’avessi fatto, forse non me ne pentirei. Nel capitolato dell’utilizzo dei fondi per scuole belle è anche contemplata la sanificazione e disinfestazione dei locali. E poi il bando lo ha fatto lo stesso ministero, sulla base delle nostre indicazioni: abbiamo semplicemente specificato di cosa avevamo bisogno, cosa avevamo in mente. E quando Varapadio ha risposto, mi ha convinto. E siamo partiti, mesi fa, per adeguare la scuola».

Mesi fa? Come è possibile, se il Cts ha dato le indicazioni solo in estate?
«Ma noi non abbiamo fatto come il terremoto: è inutile mettere in sicurezza i palazzi quando c’è già stata la scossa. Sapevo perfettamente che il problema vero si sarebbe posto con la ripresa, e allora mi sono anticipato, ho pensato a come diminuire i contagi in una scuola potenzialmente ad alto rischio, con 1200 alunni e 160 operatori, e senza i banchi monoposto che non sono ancora arrivati».

Quindi si può evitare di usare le mascherine nella sua scuola?
«Teoricamente sì, i ragazzi potrebbero non usare le mascherine, ma siccome ci sono delle norme, del protocollo Cts, devono indossarla perché non c’è il distanziamento».

Finito il Covid, gli impianti non serviranno più, soldi buttati?
«Macchè: questi impianti proteggono da tutte le malattie trasmissibili, il nostro è stato un investimento strutturale, al di là della semplice emergenza, ma in una nazione dove ci si muove solo sull’onda dell’emergenza, io invece ho pensato di prevenire».

Si è sentito spaesato da quest’emergenza?
«Onestamente no. Oberato sì, perché come in tutti i settori della vita pubblica le indicazioni sono state piuttosto contraddittorie, siamo andati un po’ in confusione: non ci hanno permesso di lavorare serenamente, io non ho fatto nemmeno un giorno di vacanza».

 

 

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Articolo a cura di Valentina Santarpia

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